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Il no alla base di Vicenza non è antiamericano | Il no alla base di Vicenza non è antiamericano |
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| Scritto da Gianluca Napolitano | |
| sabato 20 gennaio 2007 | |
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Ma dire no all'argamento della base militare Usa a Vicenza è qualcosa di antiamericano (come in questi giorni gridano opinione pubblica "benpensante" e la destra)? Credo che non c'entri nulla, perchè non vedo alcun pregiudizio ideologico nel sostenere che l'area "Dal Molin" appartiene ailla comunità vicentina e che rappresenta l'unico polmone verde rimasto in una delle zone più cementificate d'europa. L'ampliamento della base non solo, quindi, è un'azione contro la pace internazionale ( perchè da lì, ad esempio, potrebbero partire chissà quanti caccia diretti in Medio Oriente), ma è anche - dal legittimo punto di vista degli abitanti - un'ingiusto ed intollerabile esproprio di terra. A tal proposito, è molto interessante l'intervento del direttore di Liberazione Piero Sansonetti, che incollo qui di seguito. Voi cosa ne pensate?
In Italia è molto diffuso l'antiamericanismo,
come scrivono quasi tutti i giornali? Credo che sia un sentimento, un
atteggiamento culturale, largamente presente in settori larghi
dell'opinione pubblica di destra, in alcune parti del mondo cattolico,
in fasce consistenti della borghesia moderata. L'America - in quegli
ambienti un po' chiusi, un po' bigotti - è vista come la quintessenza
di una modernità e di una trasgressione che rovescia le sicurezze della
tradizione, delle gerarchie consolidate, della conservazione. Perciò è
temuta, disprezzata, odiata.
L'antiamericanismo è molto più raro a
sinistra. Specie negli ambienti dell'intellettualità di sinistra, anche
della sinistra radicale (e anche tra i cosiddetti no-global), il
rapporto con la cultura degli Stati Uniti è molto forte, c'è un legame
di pensiero, e persino emotivo, con la letteratura americana, con la
musica, con tutte le varie forme artistiche, con la filosofia, con la
politologia e anche con la politica, soprattutto con le forme più
radicali della politica che coinvolgono le minoranze liberali, i
movimenti dei neri, i cosiddetti radical. (Vedete, persino nel
linguaggio della sinistra ci sono degli americanismi: il termine,
recente, di sinistra radicale per definire una sinistra vicina al
pensiero comunista, è un termine importato dagli Usa).
Capisco
che queste cose che scrivo possano sembrare paradossali, ma sono la
semplice verità. L'antiamericanismo della sinistra è una pura
invenzione. Scriveva sul Corriere della Sera Pierluigi Battista
(riassumo): le basi americane sono americane e basta, non sono del
governo di Bush; e quindi non ha senso dire: non le concedo perchè sono
contro la politica di Bush. Se dico che non vanno concesse all'America, è perchè sono contro il popolo americano. Punto. E poi Battista
aggiungeva: non esiste nessun altro caso (a parte
Israele) nel quale l'ostilità di una certa parte politica (per esempio
la sinistra) verso un determinato governo nazionale, diventi ostilità
verso tutta la nazione. Per questo l'acredine della sinistra verso il
governo Bush non è distinguibile dall'acredine verso tutta la nazione,
verso l'America, e per questo si può parlare di antiamericanismo, e per
questo l'antiamericanismo è un tarlo velenoso.
Mi scuso per la sintesi, ma credo di avere interpretato bene Battista. Però
penso che le cose non stiano così come dice lui. Certamente i gruppi
pacifisti, e la sinistra, che non vogliono regalare un pezzo della
città di Vicenza all'esercito americano perchè lo trasformi in un
arsenale, non ce l'hanno solo con Bush. Criticano e si oppongono alla
politica estera e militare americana. Perchè si oppongono? Perchè è una
politica estera basata sulla guerra, sulla schiacciante superiorità
militare degli Stati Uniti nei confronti del resto del mondo, e
sull'idea che il dominio politico, economico e militare sia un diritto
degli Stati Uniti e vada esercitato con ogni mezzo e al di fuori da
ogni regola, di ogni subordinazione al diritto internazionale e alle
idee del multilateralismo. Questa pretesa, che è l'ossatura della reale
politica estera degli Stati Uniti - in forma molto aggressiva e spesso
sanguinosa sotto il governo di Bush, in forma più moderata quando
l'amministrazione è democratica - condiziona l'assetto del mondo, i
rapporti tra i popoli, la distribuzione ingiusta delle ricchezze, le
politiche estere di tutti gli altri paesi. Opporsi a questa idea
imperiale del ruolo dell'America nel mondo è una delle due scelte
possibili. L'altra scelta è quella di accettare la propria subalternità
e la signoria degli Stati Uniti e rassegnartsi a un ruolo servile nei
loro confronti. Cosa giustifica la seconda scelta? Il calcolo che un
ruolo subalterno agli Stati Uniti garantisca comunque una posizione
privilegiata nei confronti del resto del mondo, e una partecipazione
soddisfacente alla spartizione di una porzione rilevante delle
ricchezze. Io non dico che questa scelta - che la sinistra non
condivide, e contro la quale si batte - sia una scelta infame. Penso
che sia una scelta prudente e tuttavia sbagliata e che produrrà dei
danni. Escludo però che la scelta di opporsi alla supremazia e al totalitarismo internazionale sia viziata da pregiudizio
antiamericano.
Io, per esempio, amo l'America: ma non voglio servirla. |
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