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Sui rifiuti lo Stato impara dalla Camorra PDF Stampa E-mail
Scritto da Giuseppe Grauso   
giovedì 07 giugno 2007
{mosimage} In seguito all’aggravarsi dell’emergenza ci troviamo di fronte ad un nuovo, micidiale e forse definitivo attacco da parte delle istituzioni commissariali al nostro territorio e alla nostra salute. Non si tratta della riapertura pur gravissima di quattro discariche nel territorio campano o della imminente entrata in funzione di un inceneritore obsoleto che aggraverebbe ancor di più la già traumatica situazione nelle terre di Acerra e dintorni, ma della prospettiva di vedere interrate all’interno delle cave di tutta la regione 4,3 milioni (per ora) di tonnellate di ecoballe non a norma e che quindi non potrebbero essere smaltite nell’inceneritore.
Nonostante sia stato denunciato da tempo, dai comitati oltre che dalla magistratura, che quello che usciva e che esce tuttora dagli impianti di produzione di Combustibile da Rifiuti (CDR) sia in realtà rifiuto tritato, un commissariato di governo miope continua a prendere come unico punto di riferimento un piano regionale ormai fallito senza investire un briciolo nella raccolta differenziata, continuando a sfornare ecoballe che eco non sono e che o finiranno con grossi danni ambientali nell’inceneritore sotto la pressione dell’emergenza, o riempiranno le nostre cave che avrebbero bisogno, al contrario, come di norma, di una ricostituzione idrogeologica con materiale stabilizzato.
La cosa inquietante sta nel fatto che il ciclo legale assomigli sempre di più al ciclo illegale di smaltimento e che lo stato, alla fine, prenda esempio dai clan camorristici più avanzati per risolvere una problematica che invece avrebbe bisogno di risposte complesse e partecipate che ormai nessuno ha più voglia e forza di dare.
Buttare le “balle di rifiuti”, che altro non sono che rifiuto tal quale tritato, all’interno delle cave è evidentemente la constatazione di un fallimento epocale che condanna la regione, già più inquinata d’Italia, alla quarantena, in assenza di una successiva, mastodontica e tutto sommato improbabile opera di bonifica.
Le cave quindi non vengono più viste come ferite del territorio bisognevoli di interventi di risanamento, ma al contrario divengono contenitori dove poter infilare qualsiasi cosa che non si sappia dove buttare. Che tale “soluzione” sia ventilata addirittura dal ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio (presidente dei Verdi) rende il tutto ancor più inquietante.
E’ evidente che a questo punto ci sia bisogno di riattivare la democrazia sottraendoci per tale via al ricatto dell’emergenza, sotto il quale sono stati e saranno legittimati i peggiori crimini ambientali di stato e le soluzioni più traumatiche per i territori, in forza di meccanismi decisionali opachi e presentati come unica via d’uscita. Riattivare le normali competenze tra regione, comuni, e consorzi di bacino è oggi la soluzione che ci consente di indicare strade alternative per uscire dall’empasse, e magari di portarle avanti. L’emergenza insomma è oggi sottrarsi al ricatto dell’emergenza.
 
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