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Jin-roh: uomini e lupi | Jin-roh: uomini e lupi |
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| Scritto da Federico Simonetti | |
| martedì 18 luglio 2006 | |
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Semplicemente l'anime più bello e coinvolgente degli anni '90. Che pure hanno visto tra le migliori realizzazioni - dal punto di vista tecnico - che il genere ricordi.
Jin-roh è un cazzotto allo stomaco dall'inizio alla fine. Un'esperienza dolorosamente palindromica, in cui tutto si compie in tempi e modi mai scontati, ma sempre in modo lieve. Nonostante sia tratto da un manga di Oshii Mamoru (autore dell'orrendo anime Lamù, ma anche del meraviglioso Ghost in the Shell) che cura soggetto e sceneggiatura, tutto in quest'opera fa pensarne bene: dai personaggi alle ambientazioni, tutto è curato fin nel minimo dettaglio, compreso lo scenario politico che si mette in mostra, con i sottili giochi di potere intessuti alle spalle dei protagonisti e del popolo giapponese.
La capacità di Oshii è notevole: è riuscito a
creare un dopoguerra alternativo nel quale il Giappone vive sotto un
perenne stato di polizia ed in cui un fulmineo sviluppo economico ha
portato ad uno stato di emergenza sociale perenne. In questo contesto
degradato/degradante attecchiscono molto presto organizzazioni volte al
rovesciamento del potere - antigovernative - che in breve tempo
spingono le autorità all'istituzione di un corpo speciale autonomo
dotato di mezzi pesanti chiamato "Unità speciale" (senza molta
fantasia, o almeno così è stato tradotto in italiano).
Militano in questa organizzazione i soldati
migliori. Questi vestono una potente corazza metallica che non lascia
loro scoperto neanche un lembo di pelle: armati di potenti
mitragliatori il loro compito è stanare ed eliminare i rivoltosi ed i
nemici dell'ordine in generale (che non si risparmiano di ridurre in
poltiglia).
Dell'"Unità Speciale" fa parte Fuse. Durante
un'azione nelle fogne, mentre in superficie imperversa una lotta tra
rivoltosi e poliziotti, questo ragazzo atono e meccanico - perfetto
membro dell'unità - non preme il grilletto quando dovrebbe e consente a
Nanami, un "Cappuccetto rosso" (così vengono chiamate le ragazzine che
portano in giro per la città le bombe per i terroristi), di farsi
saltare in aria. Fuse si salva grazie alla sua armatura e comincia una
piccola odissea paranoide (giudiziaria ed onirica) che lo porterà da un
lato a dover ricominciare da capo l'addestramento, dall'altro a
sviluppare un senso di colpa che gli farà incontrare una ragazza che si
presenterà come la sorella di Nanami.
In un crescendo di dolore e menzogna, Jin-roh non
ci risparmia niente del sangue e della merda che circolano in ogni
ambiente di potere, dove ogni vittima può essere carnefice di sè e di
altri, ci restituisce le cose come sono nella loro crudezza,
squarciando il velo favolistico che appanna la nostra visuale.
Non è un caso se la storia è tinta di citazioni della favola "Cappuccetto rosso": e non della versione caramellosa alietofine
dei fratelli Grimm, ma quella macabra della tradizione tedesca, in cui
la bambina beve il sangue e mangia la carne della madre. Il mondo è
sporco, non c'è giustizia. I lupi mangiano gli uomini.
E non c'è nessun cacciatore che ti venga a salvare. Se qualcuno ha un fucile lo userà per ucciderti.
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