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Budapest parla di noi: il fine non giustifica i mezzi PDF Stampa E-mail
Scritto da Gianluca Napolitano   
giovedì 26 ottobre 2006
Accogliendo una richiesta dell’opposizione,il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, ha aperto a Montecitorio un dibattito sugli avvenimenti di Budapest nell'ottobre del 1956, allo scoccare dei cinquant’anni dalla rivoluzione di cui il Paese fu protagonista. “I vinti di ieri - ha spiegato Bertinotti in aula - sono i vincitori di oggi e sono entrati nella storia d’Europa. Noi dovremmo prendere l’impegno, per esserne in qualche misura degni, di costruire un’Europa in cui viva il protagonismo dei popoli, la partecipazione e la democrazia e in cui sia sempre viva la lezione degli insorti di Budapest”.
“La repressione dell’occupazione da parte dell’Unione Sovietica, ordita con l’inganno nei confronti del legittimo rappresentante del popolo ungherese si è macchiata di un’indelebile colpa storica: ha distrutto la speranza di una riforma democratica, ha calpestato i diritti di un popolo e i diritti della persona”.
“C’è una lezione che io credo valga per tutti per oggi e per domani - ha concluso - il potere non può essere difeso per nessuna ragione senza e contro il consenso popolare. Nessuna civiltà, nessun ordinamento politico, può essere esportato con le armi senza tradirne le sue stesse ragioni”.

Di seguito l’interessante intervento in aula del segretario del Prc, Franco Giordano:

"Presidente, stiamo ricordando una tragedia, una repressione sanguinosa e terribile che ha sbarrato la strada ad una possibile innovazione democratica. Nessun giustificazionismo storicista può cancellare questa cruda realtà. Quando lavoratrici e lavoratori scendono in piazza e danno vita ad un movimento di massa per chiedere riforme, giustizia sociale e spazi di democrazia, una forza che si richiama agli ideali del socialismo non può non stare con loro. Lo comprese bene, allora, un sindacalista come Giuseppe Di Vittorio ma sbagliarono, comunisti italiani compresi, tutti coloro che approvarono o, semplicemente, giustificarono quella repressione. Essa ci parla della costruzione di un modello di socialismo che nel suo inveramento statuale si separa e si contrappone ai soggetti che sono stati protagonisti della rivoluzione, soggetti resi muti e deprivati di ogni strumento di partecipazione. Il fine non giustifica mai i mezzi, signor Presidente; anzi, quei mezzi interrogano i fini e ne rovesciano il senso. Quella forma di socialismo reale ci parla di una occupazione del potere che si separa dalla trasformazione sociale e diventa dominio burocratico.

Ci siamo costituiti e ci nominiamo comunisti a partire dalla critica di quelle forme di oppressione prive di vitalità democratica con cui si è caratterizzata l’evoluzione nei paesi dell’Est. La centralità esponenziale del primato del politico, il partito, la macchina dello Stato, fino al partito-Stato, sono lo snodo teorico e pratico di una parabola di una parte della storia del Novecento: la conquista dell’uguaglianza si è infranta ed è rovinosamente crollata in una drammatica sconfitta, nel suo rovescio. Oggi, sappiamo che quel termine “uguaglianza”, pur messo a dura prova dalle profonde trasformazioni sociali, mantiene intatta la sua attualità ma non può essere mai disgiunto dalla parola “libertà”. Uguaglianza e libertà sono per noi una coppia indissolubile. Libertà intesa come superamento di ogni forma di alienazione, di ogni modalità di asservimento psicofisico delle lavoratrici e dei lavoratori e come pieno dispiegamento e crescita della soggettività; libertà intesa come critica di ogni logica produttivistica e di potenza, come valorizzazione pratica delle differenze. Dopo Budapest, Praga.

È paradossale che le celebrazioni di un grande evento di popolo avvengano oggi, a Budapest, senza popolo e con le violenze che sono oggi per le strade della stessa città. La nostra scelta culturale e politica per la non violenza critica esattamente il concentrato autoritario e violento delle forme prevaricanti del potere, cerca di disvelare le forme del dominio e dello sfruttamento attuale della natura dei corpi e delle menti. La tragedia di Budapest e, dopo, quella di Praga, oggi, parlano di noi, signor Presidente, di un’idea della trasformazione che è non solo inconciliabile ma nemica di quella come di ogni altra forma di autoritarismo, di dittatura e di repressione. Non si può mai esportare con le armi un modello di società, non c’è mai alternativa alla partecipazione e alla democrazia".
 
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